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 di Paola Bignardi*

Introduzione

Questo mio intervento prescinde dai programmi o dalle scelte concrete nazionali o diocesane, per affrontare in maniera complessiva e di fondo la questione del rinnovamento dell’Azione Cattolica, con uno sguardo che guarda ai prossimi 10/15 anni, in una prospettiva strategica, cercando di individuare quali sono le sfide che si troveranno ad affrontare la coscienza credente e la comunità cristiana.

Criteri di fondo

Mi pare che l’orientamento che Papa Francesco ha dato nell’incontro del 30 aprile sia questo, quando ha invitato l’Azione Cattolica a collocarsi decisamente in quella prospettiva di Chiesa in uscita che sta al cuore dell’Evangelii Gaudium.

Credo però che sia chiaro che Chiesa in uscita non può essere solo una formuletta – slogan da prendere con disinvoltura; indica un processo di conversione, uscita come esodo, percorso spirituale di purificazione, di distacco, di adesione ad una chiamata intuita; espressione di quella doppia passione per il mondo e per la Chiesa di cui parla il Papa nel discorso soprattutto rivolto al FIAC. Se il percorso della Chiesa e quello della storia non si incontreranno, come potrà la Chiesa assolvere alla missione ricevuta: giungere fino ai confini estremi della terra?

Quindi non è che inventando un’iniziativa nuova, o una nuova tre giorni, risolviamo la situazione di crisi in cui ci troviamo, come AC ma anche come comunità cristiane. Piuttosto è necessario avviare un processo di ripensamento/rinnovamento – pensiero/scelte, da realizzare nello spirito di una vera conversione. Processo complesso nella Chiesa: la tentazione del “si è sempre fatto così” che anche Papa Francesco cita e che spesso si manifesta in forma più raffinate e subdole di quelle con cui si esprime Papa Francesco rendono difficile nell’Azione Cattolica –ma mi pare anche nella Chiesa!- ogni processo di rinnovamento. Si finisce così con il vivere con lo sguardo rivolto al passato. Avere una bella storia alle spalle non deve indurci a vivere con gli occhi rivolti all’indietro!

“La vostra storia è un motore che vi porta” (Paolo VI all’Ac per il centenario); motore o zavorra che trattiene e frena?

 

AC in una Chiesa in uscita

In una Chiesa in uscita, un’associazione di laici come l’AC ha davanti a sé alcune grandi sfide.

Ne cito quattro:

  • Quella della fede /e delle religioni!
  • Quella delle periferie
  • Quella della sinodalità (o della qualità umana delle comunità cristiane?)
  • Quella del rapporto tra le generazioni.

Queste quattro sfide sono una grazia!

 La sfida della fede

 La questione della fede, segnalata in particolare dai giovani, che però non sono l'unica componente in crisi di fede: anche gli adulti, pur con manifestazioni diverse, non sono in condizioni molto migliori.

La progressiva laicizzazione della società italiana mette in evidenza come, in ordine al futuro della fede nel nostro Paese, sia decisiva la qualità della vita e della testimonianza cristiana ordinaria dei laici.

Pensiamo ai giovani. Lo faccio citando alcuni dati di una ricerca sui giovani, che sto coordinando e che da qualche anno prende in esame anche la dimensione religiosa nella vita dei giovani.

Ai giovani interlocutori si chiedeva di rispondere a questa domanda: “lei crede in qualche religione o credo filosofico?”. Nel 2013, il 55,9% dei giovani si è dichiarato credente nella religione cattolica. Ma già i dati del 2014 segnalano un’erosione di questa cifra. La percentuale passa al 52,2%: una piccola differenza, tuttavia non insignificante se si considera che è avvenuta nell’arco di un anno; tendenza confermata nella rilevazione del 2015: 50,9%. Al tempo stesso, la percentuale di coloro che si dichiarano atei nel 2013 è pari al 15,2%; nel 2014 sale al 17,7%; nel 2015 al 23,5.

Interessante e illuminante è considerare la percentuale di giovani credenti che dichiarano una pratica religiosa settimanale: solo il 24,1% frequenta la Chiesa una volta a settimana e il 16,1% una volta al mese. I giovani che, pur dichiarandosi cattolici, non frequentano mai la Chiesa sono il 28,3%. Dunque quanti dicono di sentirsi cristiani e cattolici vivono la loro fede senza sentire il bisogno della partecipazione domenicale all’Eucaristia e soprattutto senza avvertire l’esigenza di condividere con una comunità una pratica liturgica assidua, quella che al catechismo è stata proposta come il culmine della vita cristiana e come uno degli elementi identificativi dell’essere cattolici. L’interesse di questo dato sta nel suo indicare l’evolversi verso una fede privata, senza comunità, senza appartenenza: una fede che alla lunga rischia il fai da te anche sul piano dei contenuti.

Richiesti di dare un voto da 1 a 10 a diverse istituzioni, la Chiesa ha avuto un punteggio intorno a 4. Della Chiesa i giovani non comprendono i linguaggi, che ritengono superati, astratti, incomprensibili. Se pensano con qualche simpatia alla comunità cristiana, è perché' hanno trovato in essa soprattutto delle relazioni. Quelli che dimostrano qualche interesse per la Chiesa, citano persone significative che hanno incontrato nel corso di esperienze, in occasione di eventi, in circostanze particolari. Anche la figura del prete viene coinvolta in questa distanza dall’istituzione ecclesiale; ad esso i giovani guardano con benevola indifferenza. Non riuscirebbero ad immaginare una Chiesa senza preti, e tuttavia non ne capiscono la funzione. A meno che qualcuno di loro abbia mostrato vicinanza, disponibilità ad entrare in un rapporto personale e di dialogo.

Non ho citato questi dati per fare dell’allarmismo; per altro la stessa ricerca sui giovani, mostra da altri punti di vista una domanda religiosa e un interesse verso la trascendenza, verso un oltre che, in assenza di un’educazione adeguata, resta indeterminato e anonimo. Ma se non si fanno i conti con la realtà, ci si condanna all’inefficacia.

L’aspetto più grave e preoccupante di questa situazione è che la maggior parte degli operatori che hanno responsabilità pastorali sembrano non essersi resi conto fino in fondo della portata dei cambiamenti in atto, della loro progressività, e del fatto che lungo questa china il futuro della presenza cristiana nel contesto sociale occidentale è breve ed esangue. O, se se ne sono resi conto, sembrano rassegnati. Il loro stato d’animo sembra quello di persone stanche, sfiduciate, un po’ impaurite, che vanno avanti con un eroico senso del dovere, ma con il dubbio che ciò che stanno facendo sia ciò che deve essere fatto.

Collegata a questo, vi è la questione della spiritualità, da rivedere come esperienza di interiorità, di esperienza di Dio intrecciata con la vita ordinaria, come abitudine ad habitare secum.

La sfida delle periferie

È la questione dei poveri, delle disuguaglianze, delle situazioni di marginalità sociale che sembrano talvolta impermeabili ad un’azione di cambiamento. Finché la coscienza cristiana non riuscirà a misurarsi con queste situazioni di disagio o di degrado umano difficilmente potrà vivere al riparo dal rischio di un cristianesimo borghese, pigro, in cui l’essere cristiani o non esserlo, al di fuori del contesto liturgico, cambia poco. Le periferie che Papa Francesco indica nel discorso al FIAC sono molto esigenti e severe.

La sfida della sinodalità

La questione della "sinodalità", termine di moda ma che non rende ragione di ciò che effettivamente le persone chiederebbero alla comunità cristiana: contesti ricchi di relazioni significative, la possibilità di prendere la parola con parole normali, non codificate dal codice liturgico o pastorale; parole della vita ordinaria con cui raccontare la bellezza e le difficoltà della vita e delle sfide che essa contiene per la testimonianza cristiana. La questione della sinodalità è effettivamente quella della partecipazione, del superamento di uno stile consolidato di dipendenza e di sudditanza, anacronistico nella società di oggi e certamente non consono con lo spirito e la lettera del Vangelo; di luoghi meno strutturati e informali in cui vivere e condividere la propria fede senza che questo scateni scomuniche dei preti, luoghi in cui i laici possano prendere la parola. Difficilmente oggi un prete riesce a rendersi conto che i laici comuni non hanno alcun luogo ecclesiale dove parlare della loro vita e della loro esperienza cristiana.

La sfida delle comunità e della costruzione di comunità, soprattutto dove viene meno la presenza del prete. il rimedio attuale di un aggiustamento organizzativo non permette di fare un passo nella direzione di un rinnovamento del modello, che ha bisogno di azioni determinate competenti a costruire comunità, da animare da parte di laici che a partire dall'essenziale: Parola di Dio, relazioni tra le persone, attenzione alle componenti più fragili ... si dedichino a costruire comunità reali e non burocratiche e formali.

La sfida del rapporto tra le generazioni

Questione drammatica, che si aggrava sempre più perché al disorientamento dei giovani si aggiunge quello degli adulti; e né l’una né l’altra generazione riesce a trovare le forme per ristabilire una comunicazione accettabile.

L’Azione Cattolica, per storia, esperienza e contesto avrebbe le carte in regola per provare ad affrontare questa questione: nella comunità cristiana, in famiglia, nella scuola.

 

Quale AC per affrontare queste sfide?

Nel discorso al FIAC Papa Francesco ricorda la teoria dei 4 pilastri (cfr. documento presente sul sito nazionale). Reinterpretarsi in base al pilastro cui ci si appoggia; quello che il Papa propone per l’oggi è quello dell’apostolato, della missione, della Chiesa in uscita; per me, significa misurarsi con queste 4 sfide, che prendo in considerazione non in maniera puntuale, ma proponendo percorsi operativi che corrispondono a diverse di esse anche in contemporanea.

  • formazione, non per l’”autoconsumo”, ma in funzione della missione. Da rivedere profondamente, sul piano della pratica: temi, tempi, frequenza, metodo formativo, modalità di partecipazione, ….

Formazione ad una vita spirituale radicata sulle  esperienze essenziali, ma vissute con serietà. I giovani che dopo un lungo percorso di formazione dichiarano di non aver mai fatto esperienza di spiritualità lasciano perplessi. Ma esperienze spirituali  importanti e forti sono difficilmente realizzabili in parrocchia. La nostra scelta della parrocchia ci impedisce di trovare altri luoghi di formazione? Ad esempio a livello di gruppi di parrocchie, o di diocesi? Non abbandoniamo la parrocchia perché' completiamo la nostra formazione in luoghi diversi da essa.

  • Studiare! Cioè fare in modo di riuscire a rendersi conto di come sta andando il mondo; fiutare l’aria, perché' non finiamo con l’essere plasmati dai processi di cambiamento in atto, senza rendercene conto e soprattutto che non riusciamo a capire il mondo nel quale viviamo. Quando il Concilio ci insegnava che “le gioie e le speranza, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi…” non ci invitava ad un’operazione sentimentale o emotiva, ma ci chiedeva di sentirci parte, di impegnarci a conoscere e a capire… diversamente saremmo rimasti chiusi nel nostro piccolo mondo. Ma ciò che pensa la gente non lo capiamo al supermercato, o nel cortile di casa, che non c’è più.
  • la questione dei luoghi. All’Azione Cattolica penso sia chiesto tra l’altro di promuovere luoghi stabili di dialogo (un altro tema su cui ci ha richiamato Papa Francesco) e di incontro aperti a tutti, per venire incontro al bisogno che oggi i laici hanno di luoghi in cui poter prendere la parola… questo è un grave problema ecclesiale! Forse la comunità cristiana non è ancora sensibile ad esso; forse non è ancora pronta per affrontarlo, ma l’AC può cominciare a farlo, come servizio per tutti, in accordo con i preti. La collaborazione con la Gerarchia, che è una delle nostre 4 note, nel 2017 si declina in forme diverse rispetto al passato; si declina anche come alleanza tra preti e laici di fronte alle sfide di oggi.

Ma anche qui occorre un percorso di conversione per superre diffidenze, sospetti, gelosie, dipendenze… e recuperare capacità di stima reciproca, di fiducia e, in ogni caso, di umiltà e di mitezza. Ogni stagione ha le sue virtù caratteristiche; il nostro tempo penso che l’abbia nella mitezza!

Verificare se non vi siano nuovi luoghi in cui vivere i nostri incontri, a cominciare da quelli a noi laici più naturali la casa! A volti luoghi diversi aiutano a rendere diversi anche gli incontri, e a rendersi interessanti anche per persone che non facciano parte del solito “giro”.

  • la questione della parrocchia. Papa Francesco ci invita a pensare che la parrocchia non è un’esperienza superata, e ce lo ha detto con una discreta forza. Certo che non è un luogo superato, e nessuno meglio di noi, con la nostra storia, tradizione, identità di popolo può capirlo e apprezzarlo. Ma cerchiamo di non essere noi a renderla superata, vivendola con le stesse forme di 50 anni fa, quando molte cose erano scontate: il senso di appartenenza alla comunità, il senso di un cristianesimo diffuso, le relazioni tra le persone… quante di queste cose sopravvivono ancora oggi? Per ridare valore alla parrocchia occorre ripensare la parrocchia.
    • Se il radicamento territoriale si fa più debole –basti pensare alla mobilità di oggi, allo spostamento dei confini con le unità pastorali …- il senso di essere parrocchia starà nelle relazioni?
    • Se una parrocchia è troppo esigua per numero di abitanti per dar vita a percorsi formativi o culturali di un certo interesse, perché' non pensare a progetti a “geografia” variabile?
  • A servizio delle periferie. Non ci si impegna in contesti difficili da dilettanti, ma ci si prepara e poi si va, insieme. L’esempio della Casa Famiglia S. Omobono.
  • La questione della politica. Assodato che l’invito di Papa Francesco va preso sul serio anche come invito a diventare soggetti attivi della vita politica militante, occorre anche pensare che non tutti sono chiamati a diventare consigliere comunale o parlamentare. Allora bisognerà capire qual è il senso più vero e interessante di questo invito, inventare un modo coinvolgente di fare politica prima di tutto da cittadini, da componente di una comunità. Da comunità. E liberiamoci dalla tentazione di rifare il partito dei cattolici. Sentite che cosa ha detto Papa Francesco ad un gruppo di giovani delle comunità di vita cristiana (Gesuiti) che gli hanno fatto questa domanda: “Si sente: ‘Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!’: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. 'No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici': non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato (…) Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere” (30/4/2015)

  

Interventi dei partecipanti

 Innanzitutto io ringrazio per l’intervento che mi aiuta molto nella riflessione. Qualche volta mi trovo a pensare queste cose e mi sento di sottolineare alcune cose che ha già detto Paola.

La prima cosa che secondo me può essere importante è il coraggio delle azioni, cioè mettere un po’ al centro il discorso dell’azione come direbbe un filosofo francese, ossia il capire che dall’azione scaturisce tutto.

L’altra cosa che mi viene da dire è che facciamo spesso riflessioni teoriche e scritte, però è importante riformulare l’apostolato in questo senso.

Trovo fondamentale anche il sacrificio di se stessi, questo lo dico anche a me, perché è dal sacrificio di se stessi che esce la propria umiltà. Io a volte guardando il Crocifisso mi dico (ma questa è una metafora): Gesù lo ha fatto per noi 2000 anni fa anche se non penso sia la strada da percorrere.

Una critica che faccio a me stesso è che se una persona vive il sacrificio come è nel DNA dell’Azione Cattolica non può che uscirne una novità. Certo, il sacrificio fine a se stesso non dà niente, bisogna essere sostenuti dall’Eucarestia per vivere questa dimensione e allora poi scaturirà la nobiltà.

Vorrei fare una domanda a Paola sul modo di vivere l’Azione Cattolica, sul modello che a volte può essere considerato clericale ed è un difetto dei laici più che dei preti.

A volte noi tentiamo di risolvere i problemi mantenendo il modello e la forma, spostando la questione.

Per esempio noi potremmo dire: questo seminario purtroppo è vuoto, però se noi lo spostassimo in Cina o in Sudamerica si riempirebbe e quindi avremmo risolto una parte della nostra problematica. Oppure una volta il Vescovo mi ha detto: “Io non avevo più sacerdoti, non potevo mandare avanti la diocesi e mi sono messo in contatto con una diocesi africana e ho ‘trovato questa soluzione’, sono venuti molti sacerdoti e mi hanno aiutato nella diocesi. Oppure le zone pastorali: non ci sono preti, quindi mantengo il modello fisso, però un sacerdote lo impegno su più parrocchie”.

Vedi anche tu questa tendenza a risolvere la questione mantenendo lo schema vecchio? Secondo te sarebbe meglio trovare sempre modelli nuovi? Forse qui in Europa bisognerà mantenere questo schema e negli altri continenti è meglio che si trovino soluzioni diverse…

 

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Innanzitutto dico che quello che ha detto Paola è quello che mi sarei aspettato, cioè uno sguardo ampio sulla Chiesa, sull’Azione Cattolica e sul tempo che stiamo vivendo. Condivido il fatto, e credo che dovremmo prendere maggiore consapevolezza di questo, che pensare l’AC non può essere fatto al di fuori del ripensamento complessivo della comunità cristiana e della Chiesa. In fondo la “crisi”, le difficoltà sono le stesse che incontrano le parrocchie e le nostre chiese locali. Non siamo in un mondo a parte mentre viviamo una crisi nostra, ma viviamo le difficoltà di tutte le comunità cristiane in Italia e in occidente derivate dal ripensarsi in un tempo di cambiamento.

La chiesa di solito tende a ripetere sempre le stesse cose ed invece bisogna stare in ascolto del tempo che cambia. Quindi è scontato che le tante provocazione che sono uscite stamattina ci aiutino a riflettere e a ripensarci, che è l’obbiettivo che abbiamo. Colgo solo le due o tre cose che mi hanno colpito di più: quando lei si riferiva alla sinodalità come possibilità di prendere la parola, con i termini della vita ordinaria. Io ormai sono iscritto all’Azione Cattolica che però fa fatica, essendo adulto, a trovare nella parrocchia dei momenti che avremmo chiamato formativi, che fossero l’incontro settimanale o l’adunanza. Questi meccanismi a mio parere non reggono più, sia con i giovani sia nei gruppi adulti nella forma dell’adunanza si fa fatica.

Certamente c’è bisogno di trovare dei luoghi in cui avere la possibilità di prendere la parola ed incontrarsi, quindi riporto un po’ il tema delle relazioni. Luoghi in cui condividere una lettura della propria vita che è anche annuncio della Parola di Dio. Questo si intreccia con il tema dei luoghi e mi ha colpito il suo riferimento alla casa, che va un po’ riscoperta perché le comunità cristiane sono nate nelle case. Se dico ad una persona di trovarsi in parrocchia, il luogo non è così invitante come può esserlo una casa. Molto concretamente questa cosa non è banale perché i luoghi sono altamente simbolici e come diceva Paola determinati luoghi rendono possibili volti nuovi.

Sono tutte tematiche molto banali, ma noto nella mia parrocchia che si fa fatica a trovarsi per un semplice confronto ed una chiacchierata, siamo tutti assorbiti dalle nostre incombenze quotidiane e dai vari servizi e non c’è più il tempo per confrontarci come comunità cristiana.

Queste sono le cose principali che mi hanno colpito. Paola ci ha dato molti spunti: il tema dell’iniziazione cristiana, della pastorale giovanile. Noi stiamo facendo un convegno diocesano sui giovani perché, in sintonia con il sinodo, anche la nostra diocesi vuole riflettere su questo tema e secondo me hai dato un quadro abbastanza critico di questa situazione. E’ però anche un momento propizio, con la realtà e i dati di oggi, per capire cosa è possibile fare.

 

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A me ha colpito molto la provocazione della nostra scelta parrocchiale, quanto il fatto che noi facciamo questa scelta ci debba anche imbrigliare a trovare modi nuovi per rispondere ad alcune delle sfide che ci aspettano. L’ho trovato molto interessante e penso che sarà un bel punto su cui riflettere e confrontarci.

Ed un’altra cosa che volevo chiederti è: si parla di alleanze tra diverse associazioni ma anche al di là del mondo ecclesiale. Penso che siano necessarie perché vuol dire trovare delle sinergie e trovare un modo per stare insieme perché se no il rischio è quello di disperdere le energie come laici e come chiesa. Però la sfida per l’Azione Cattolica penso che sia quella di trovare e suscitare queste alleanze senza perdere la propria identità e quindi volevo chiederti qualche spunto per questa cosa.

 

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Innanzitutto ringrazio Paola perché cerca sempre di mettere ordine alle idee confuse che magari ci sono. Io avrei due questioni: la prima è rivolta ai giovani e la seconda è una valutazione di Paola sulla chiesa. Parto dai giovani: mi piacerebbe che i giovani ora prendessero un po’ la parola perché altrimenti rischieremmo di parlare sempre noi soliti. Il motivo fondamentale è che dobbiamo capire se siamo sulla stessa barca e sulla stessa frequenza d’onda. Stiamo partendo per questo percorso, siamo convinti e crediamo veramente che “siete più voi che avete forze, energie e idee” per portarlo avanti e interpretarlo in futuro.

Però vorremmo capire la vostra sensazione e se quello che ha detto Paola interpreta anche il vostro vissuto. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda?

La seconda invece è per Paola. L’anno scorso avevi detto: “La Chiesa si limita a fare animazione”. Vorrei un commento più approfondito perché è un po’ la mia sensazione. Animazione nel senso che si organizza un po’ di tempo insieme, si riempie un po’ di tempo perché non si riesce a fare nient’altro. Chiedo una lettura un po’ più precisa di questa affermazione.

 

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Volevo dare una mia piccola testimonianza: oggi sono soddisfatto di come, in qualche modo viene ripensato e declinato, in modalità nuove quello che è sempre stato. Anche a me da molto fastidio quando diciamo “Abbiamo sempre fatto così”, ma vi assicuro che questo metodo e queste linee di lavoro non tradiscono l’Azione Cattolica. Bisogna però uscire dall’idea che intanto alcune cose le abbiamo fatte, bisogna entrare con una mentalità nuova e leggere il tempo e la presenza della Chiesa veramente con uno sforzo nuovo.

Quindi ringrazio Paola per quanto ha detto. Non stiamo inventando qualcosa, siamo in una vera continuità; ma continuità vuol dire non fermarsi, né guardare indietro. Paola ha usato una parola molto diffusa: la relazione. La relazione, in un mondo lacerato, diviso ed individualista è il legame più importante e la strada privilegiata per entrare in sintonia con le persone che incontriamo, anche i singoli. Una relazione testimoniale, non banale, ma che è capace di farti credere e davanti a persone che ti interessano, che ti stanno a cuore.

Per avere la capacità di stare occorre come è stato ben sottolineato, approfondire le problematiche del nostro tempo. Non possiamo creare un mondo fatto solo di empatia, di gesti e sentimenti. Occorre anche razionalizzare, approfondire e fare.

L’ultima mia piccola sottolineatura è sul coraggio: penso che più avremo coraggio e più ritroveremo la forza e la capacità di andare avanti. Non possiamo pensare solo all’evoluzione delle cose, dobbiamo pensare che ci sta davanti una sfida importante e determinante, anche se è vero che il nostro essere in Azione Cattolica è una risposta ad una vocazione, ad una condivisone piena della testimonianza della Chiesa. Se partiamo con il piede incerto non troveremo la forza e la gratificazione di aver ben lavorato e ben servito la nostra Chiesa e il nostro paese.

 

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Noi ci siamo trovati nella nostra parrocchia a vivere un problema di risorse. La cosa però è rimasta a livello “tecnico” dove il sacerdote raddoppiava il suo servizio religioso. Questo potrebbe essere vissuto come un’opportunità molto interessante per costruire nuove relazioni. L’occasione delle nuove elezioni dei consigli pastorali ci ha messo nella condizione di cominciare a camminare insieme nell’Unità Pastorale. Ci si rende conto che probabilmente non siamo entrati con il cuore e con la mente per avviare il processo. Allora mi chiedo: che cosa possiamo fare noi come AC per avviare mente e cuore ad una visione più ampia della parrocchia?

Si parla di chiesa in uscita, ma cominciamo a mettere insieme queste comunità, con questa grande opportunità che ci è offerta in uno spirito di corresponsabilità fraterna. Chiedo se c’è qualche ulteriore interpretazione di questo per favorire questo perché la parrocchia non si senta autosufficiente ma chiamata a vivere insieme ad altre comunità.

 

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Di tutto l’intervento mi sono segnato due cose abbastanza importanti che poi abbiamo ritrovato anche nel momento in cui ci siamo trovati a riflettere come Equipe Diocesana. Le due frasi sono:

  • I giovani, ascoltati in profondità, non sempre ci dicono cose così strampalate. Personalmente penso che questa cosa si riferisca più a chi è fuori dalla comunità, rispetto a chi di noi la vive quotidianamente.
  • I giovani mettono il dito su delle piaghe della nostra comunità. Volevo sottolineare questa freddezza e oggettività dei giovani. A Luglio, sempre come Equipe Diocesana, ci siamo ritrovati per mettere la testa sul sinodo dei giovani. In questa occasione mi aveva colpito il fatto che forse siamo stati portati a dare un parere non solo nostro come giovani di Azione Cattolica, ma anche quello di tanti nostri amici che la Fede non la sperimentano più. Secondo me come giovani potremmo avere tanto da dire, ma dovremmo più che altro trovare i modi per far parlare anche chi è più lontano dalle nostre realtà.

 

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Risposta di Paola Bignardi

 

Molte delle considerazioni che sono state offerte servono per proseguire le riflessioni. Mi pare, anche ascoltando, che sia un’Azione Cattolica che trova un equilibrio nuovo tra tradizione e novità, con il coraggio di sbilanciarsi verso quest’ultima. Non perché la tradizione significhi passato, ma perché c’è un certo modo di interpretare la tradizione che la rende un aspetto morto. Gli elementi essenziali della nostra storia e la ricchezza e la grandezza delle testimonianze che abbiamo avuto in Associazione e che ci hanno aperto delle strade, abbiamo il coraggio di declinarli nel nostro tempo, perché altrimenti quella storia non avrà niente da dire. Allora dobbiamo essere capaci di reinterpretarla e questa è un’operazione dolorosa, con tutte le resistenze che facciamo alla urgenza di metterci in dialogo con il tempo che viviamo. Ci può aiutare nel nostro rinnovamento il riuscire a partire dalla realtà. Mi sono cercata un passo dell’Evangelii Gaudium: “La realtà è più importante dell’idea perché la realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà.” Restare radicati nella realtà significa diventare liberi dalle costruzioni mentali che ci rassicurano e che possono diventare uno schermo. Allora l’Azione Cattolica del Futuro è un’Azione Cattolica che stabilisce una relazione più stretta con la realtà di oggi perché questa è la condizione di vita. Tante questioni si ridimensionano, compresa quella dell’identità. Io non avrei in paura, in questo momento, che l’Azione Cattolica rischi di perdere la propria identità perché è un modo per vivere quello che si è. Se uno custodisce sempre la propria identità sotto una campana di vetro non la contamina mai, però resta sterile. Meglio giocarsi in una relazione sensata che cercare di conservarsi al riparo da contaminazioni.

L’Azione Cattolica del Futuro è un’Azione Cattolica che parte da obbiettivi: “La missione è avere dei contesti da evangelizzare”. Mi pare che stamattina ne sono venuti fuori tanti di obbiettivi:

  • Affrontare la questione della Fede
  • Costruire comunità
  • Valutare quanto la casa può diventare un luogo nuovo d’incontro

Avere obbiettivi concreti da raggiungere indirizza l’azione e orienta i pensieri, crea aggregazione. Forse coinvolge anche volti nuovi. Forse l’azione cattolica del futuro, di questo non sono tanto sicura, potrebbe diventare un’Azione Cattolica a diverse velocità. Per chi vuole fare un passo in più e fare i conti con la realtà di oggi, riflettendoci, si devono creare dei contesti. Questo crea un’Azione Cattolica flessibile, perché la rigidità, in un mondo come quello di oggi, ci uccide. Da ultimo forse dobbiamo non rimpiangere e non illuderci che torneremo ad essere un’Azione Cattolica di grandi numeri. L’Azione Cattolica del Futuro deve essere fortemente significativa. Oggi il nostro tempo ha bisogno di testimonianze di vita cristiana di grande profilo spirituale e di grande forza. E di un’Azione Cattolica solida e forte. Se questo significa che non torneremo più numerosi come un tempo pazienza, oppure vuol dire che saremo a diverse velocità: a chi chiede qualcosa di più e a chi invece cerca un’appartenenza. Quello che dobbiamo certamente evitare è di rimanere paralizzati dalle difficoltà inedite di questo tempo. Le sfide sono effettivamente una grazie e diventano un elemento di ringiovanimento e rinnovamento dell’Associazione.

*IL TESTO DELL’INTERVENTO È STATO RISCRITTO A PARTIRE DALLA REGISTRAZIONE AUDIO, POTREBBE QUINDI CONTENERE EVENTUALI ERRORI. 

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